Esistono molte vie contemplative, e non ce n’è una che vada bene per tutti. Perché allora proprio lo Zen, e in particolare la tradizione Sōtō?
Lo Zen mette al centro l’esperienza diretta. Shikantaza (o “solo sedere”) chiede “semplicemente” di fermarsi e osservare. Questo lo rende straordinariamente accessibile: non serve convertirsi a nulla per sedersi e respirare. È un terreno comune su cui persone diverse possono incontrarsi. Non confondiamo comunque la semplicità della premessa con una mancanza di profondità.
“Nella mente del principiante ci sono molte possibilità; in quella dell’esperto poche.”
— Shunryū Suzuki
Lo Zen vuole coltivare la “mente del principiante”, ossia la capacità di rapportarsi ad ogni evento o situazione per come è realmente, radicalmente nuovo e degno della nostra piena attenzione. Certo, l’azione di tagliare un prato o spaccare la legna è semplice e ripetitiva. Eppure, ogni volta non abbiamo mai tagliato quel prato, o spaccato quel pezzo di legna.
Il Dharma in viaggio
Il Dharma ha affrontato un lungo viaggio. È migrato dall’India alla Cina, dalla Cina al Giappone, dal Giappone all’Occidente, adattandosi ogni volta alla lingua e alla cultura che incontrava. È vivo e cangiante.
Degna di nota la prima “corruzione” che il Dharma ha ricevuto in Cina. I primi monaci buddhisti arrivarono lungo le vie carovaniere intorno al I secolo dopo Cristo. I monaci trovarono un paese che aveva già le sue risposte: il Confucianesimo era dottrina di stato da quasi due secoli, e il Taoismo stava prendendo la forma di una religione organizzata.
In ogni caso, ognuno portava con sé soltanto un frammento del Dharma, perché ogni monaco tendenzialmente imparava a memoria un singolo Sutra.
Il problema era la lingua. Per dire in cinese parole come dharma, nirvāṇa o bodhi non esisteva un vocabolario. I primi traduttori dovettero prendere in prestito i termini che trovavano, e quelli che trovavano erano in buona parte taoisti: il dao per dire la via, il wuwei (il non agire) per dire il nirvāṇa. Furono prestiti generosi e coraggiosi. Chi possedeva già un vocabolario per l’assoluto (taoismo) accettò che venisse usato per dire altro, e che nell’uso cambiasse di senso; è quell’atto di generosità e coraggio da parte di chi si accorse che questa nuova dottrina straniera e sconosciuta, non era incompatibile con la propria. È così che si avviò la ruota del Dharma in Cina.
Il Chan però non nacque da quell’incontro. Bodhidharma è collocato dalla tradizione intorno al 520, e la scuola prende forma tra il VI e l’VIII secolo: fra i primi monaci e il Chan passano quattro o cinque secoli di lenta digestione. Quello che ne uscì porta i segni di entrambe le case (la diffidenza verso le scritture, l’immediatezza, il gusto per la naturalezza, il lavoro manuale come pratica a pieno titolo), e da lì, qualche secolo dopo, venne riportato da Dōgen in Giappone e divenne Zen.
Un amalgama di varie discipline che si sono riconosciute e sviluppate attraverso le altre.
La praticità dello Zen
Lo Zen non separa la pratica dalla vita. La cura del respiro è la stessa cura che si porta all’altro, all’ambiente, alla comunità. Il lavoro è parte integrante della pratica contemplativa. A riguardo, condivido un brano di Charles Péguy, da “L’Argent” (1913), che ci è stato condiviso al monastero Sanboji dalla badessa del monastero:
Un tempo gli operai non erano servi.
Lavoravano.
Coltivavano un onore, assoluto, come si addice a un onore.
La gamba di una sedia doveva essere ben fatta.
Era naturale, era inteso. Era un primato.
Non occorreva che fosse ben fatta per il salario,
o in modo proporzionale al salario.
Non doveva essere ben fatta per il padrone,
né per gli intenditori, né per i clienti del padrone.
Doveva essere ben fatta di per sé, in sé, nella sua stessa natura.
Una tradizione venuta, risalita dal profondo della razza,
una storia, un assoluto, un onore esigevano che quella gamba di sedia
fosse ben fatta.
E ogni parte della sedia fosse ben fatta.
E ogni parte della sedia che non si vedeva era lavorata con
la medesima perfezione delle parti che si vedevano.
Secondo lo stesso principio delle cattedrali.
E sono solo io — io ormai così imbastardito — a farla adesso tanto lunga.
Per loro, in loro non c’era neppure l’ombra di una riflessione.
Il lavoro stava là. Si lavorava bene.
Non si trattava di essere visti o di non essere visti.
Era il lavoro in sé che doveva essere ben fatto.
Queste sono state alcune delle prime ragioni per cui, a pelle, mi sono avvicinato allo Zen. Spero in un futuro di poter tornare su questi argomenti con più coscienza. Intanto continuo a farmi strada curiosando nel Dharma.