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Lo Zen e il tiro con l’arco, di Eugen Herrigel

Un piccolo libro denso di spunti. Zen e Kyudo condividono parte della loro storia, ma non tutta. Unless?

Copertina di «Lo Zen e il tiro con l’arco» di Eugen Herrigel, Adelphi, Piccola Biblioteca 25

«Lo Zen e il tiro con l’arco» (1948) di Eugen Herrigel è un piccolo libro che descrive, dalla prospettiva di un occidentale, l’avvicinamento al kyūdō, l’arte del tiro con l’arco giapponese. Herrigel, filosofo, insegnò all’Università Imperiale Tōhoku di Sendai dal 1924 al 1929. Lì, tramite il collega Sōzō Komachiya (professore di diritto, che fece anche da interprete a tutte le lezioni), divenne allievo del maestro Awa Kenzō (1880-1939), insieme alla moglie.

Eugen Herrigel, ritratto in bianco e nero
Eugen Herrigel durante un seminario a Heidelberg (1922)
Awa Kenzō in piena tensione con l’arco giapponese, in abito tradizionale
Awa Kenzō

“Kyūdō” significa letteralmente “la via dell’arco”: kyū è l’arco, dō è la via. Come il judō, il kendō e gli altri “-dō”, deriva da una disciplina che un tempo portava il suffisso -jutsu, cioè tecnica, o arte pratica: il kyūjutsu. Quest’ultima fu l’arte del tiro con l’arco sviluppatasi tra la classe samurai del Giappone feudale.

L’insieme di queste discipline viene oggi chiamato “budō” (bu è “marziale” e dō è “via”), nonostante il termine in sé sia molto più antico. Oggi il termine non indica più una tecnica per sconfiggere l’avversario, ma un percorso di educazione e formazione della persona, in cui il corpo-mente vengono coltivati insieme.

Il passaggio al suffisso “-dō” è piuttosto recente, avvenuto gradualmente circa agli inizi del ’900. Venuta meno la classe samurai, queste tecniche furono reinterpretate. In realtà, il declino dell’arco come arma da guerra iniziò molto prima del ’900, quando fu sostituito dagli archibugi; già durante la lunga pace del periodo Edo (1603-1868) il tiro stava assumendo la sua forma “cerimoniale”.


Letto il libro, mi sono subito interessato di luoghi in cui poter praticare. Trovato un club vicino casa, l’ho raggiunto alla prima occasione. La prima lezione, introduttiva e descrittiva, è stata una lunga conversazione con il maestro del dojo.

Il motivo che mi aveva portato a visitare il centro non lo aveva sorpreso, anzi. È il comune percorso di tante persone che, attratte dallo Zen ed ammaliate dal libro di Herrigel, cercano un club.

Il maestro ci ha tenuto subito a fare una precisazione: il kyūdō e lo Zen sono discipline ben distinte, nonostante condividano una lunga storia di influenza reciproca. Eppure, più ci addentravamo nella storia, nei riti, nelle tecniche di tiro e di tutto ciò che lo circonda, più inevitabilmente sorgeva una relazione tra i due.

Mi ha sorpreso il fatto che la tradizione Heki-ryū praticata al dojo fosse proprio quella che Awa Kenzō stesso praticava prima di sviluppare la sua personale concezione del tiro con l’arco, nella quale si è concentrato fortemente sulla dimensione spirituale. Awa fondò infatti nel 1927 il “Daishadōkyō”, o “Grande Dottrina della Via del Tiro”, che viene citata di continuo da Herrigel. Gli allievi la descrivevano quasi come una religione, a conferma dell’impostazione spirituale della concezione del tiro che Awa aveva sviluppato.1

È stato altrettanto sorprendente sapere che la tradizione Heki-ryū fosse quella, oggigiorno, meno diffusa rispetto allo stile unificato dall’ANKF (All Nippon Kyudo Federation). Storicamente, infatti, la Heki-ryū è stata la scuola dominante in quanto essenzialmente “guerriera”, riassunta nel motto “hi-kan-chū”, “volare-penetrare-centrare”. L’arco e la freccia erano e sono strumenti di guerra.

Awa stesso recitava spesso “un tiro, una vita”, al quale ho personalmente dato una duplice interpretazione: colpire il bersaglio richiede consapevolezza della nostra vita e di quella del nostro bersaglio, e l’impegno richiesto in ogni tiro è quello di una vita.

Molte cose hanno teso il mio interesse per questa tradizione: derivando da una concezione “militare” dell’uso dell’arco, è volta ad avere un’ampia competenza sia con lo strumento in sé che con la sua manutenzione. Al club ogni freccia è fatta a mano da coloro che frequentano il dojo, così come i bersagli. È importante imparare tanto come si tira, quanto come riparare e mantenere operativo lo yumi (nome giapponese dell’arco).

Se mettiamo vicini uno yumi ed un arco moderno, noteremo facilmente le molte migliorie tecnologiche che un arco moderno vanta: carrucole per aumentare meccanicamente la forza dell’arco e ridurre lo sforzo necessario al tiratore, sgancio meccanico che toglie il contatto delle dita con la corda, stabilizzatori che smorzano le vibrazioni, mirini e, non per ultimo, il fatto che la freccia passa attraverso l’arco stesso (cosiddetto “center shot”), eliminando in parte la flessione che la freccia sperimenta durante il volo fino al bersaglio. Tutta questa tecnologia è atta a rimuovere l’errore umano dal tiro. Il kyūdō tenta invece di far diventare chi tira un tutt’uno non solo con l’arco e la freccia che brandisce, ma anche con l’obiettivo che tenta di colpire.

Un’arciera tende un arco compound con carrucole, mirino e stabilizzatore
Arco compound con carrucole. Foto di Pierre-Yves Beaudouin, Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0
Una mano con uno sgancio meccanico a grilletto fissato al polso
Sgancio meccanico
Arco ricurvo moderno con mirino e lunghe aste stabilizzatrici
Arco ricurvo con stabilizzatori. Foto di Traumrune, Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0
Schema in sei fasi della freccia che si flette in volo, oscillando a destra e a sinistra
La flessione della freccia in volo. Schema di Hagis123123, Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0

L’arco, nella tradizione giapponese, è considerato “vivo”. Vivo perché al momento del tiro non è statico nella sua posizione. La presa sull’arco (tenouchi) e la torsione oraria della mano sinistra, coordinate alla torsione della mano destra sulla corda (torikake), danno luogo, al momento giusto, al tiro (hanare), che permette allo yumi di compiere una rotazione quasi completa su se stesso nella mano sinistra dell’arciere (qui un esempio video). Questo dona maggiore potenza alla freccia, riduce la flessione della stessa, ma chiede all’arciere una presa salda eppur morbida, tale che l’arco stesso si possa sfilare dalla mano senza fatica.

La caratteristica peculiare dell’atto del tiro nel kyūdō è il lavoro della mano sinistra che spinge e torce l’arco. Quando si giunge al 99% della potenza di torsione lo sgancio viene comandato proprio dalla mano sinistra (quella che regge l’arco) che, proseguendo il suo lavoro, toglie l’arco dalla via della freccia, che in questo modo non viene deviata urtando l’arco stesso, ma segue la direzione di mira.

Si tira con la mano sinistra, non con la destra. La corda “sfugge” senza intenzione dalla presa della destra, che “reagisce” per raggiungere il nuovo punto di equilibrio in zanshin.

Il maestro Genshiro Inagaki in zanshin dopo il tiro: braccio sinistro teso con l’arco ruotato, braccio destro aperto all’indietro
Zanshin del maestro Genshiro Inagaki

Se consideriamo la visione spirituale del kyūdō di Awa Kenzō, il tiro con l’arco non è che un mezzo per coltivare la propria consapevolezza, la diretta esperienza di ciò che si conosce non conoscendolo: il saper-fare. Per citare Herrigel:

«Arco e freccia sono per così dire solo un pretesto per qualcosa che potrebbe accadere anche senza di essi, solo la via verso una meta, non la meta stessa, solo supporti per il salto ultimo e decisivo».

Il tiro è completo solo quando è senza-intenzione. La tensione raggiunge il suo massimo, la corda sfugge al tiratore, la freccia “si tira”.

Il tiro, nel kyūdō, è un movimento unico. Un crescendo di tensione che sale fino al momento in cui tutto cambia (hatari). Il kyūdō è il fluire unico di ogni singola azione, fino al raggiungimento di un nuovo equilibrio in zanshin. Formalmente è diviso in fasi:

  1. Ashibumi: il posizionamento dei piedi.
  2. Dōzukuri: la posizione del corpo.
  3. Yugamae: la preparazione dell’arco.
  4. Torikake: la presa della corda.
  5. Tenouchi: la presa dell’arco.
  6. Monomi: gli occhi al bersaglio.
  7. Uchiokoshi: l’arco viene alzato sopra la testa in preparazione della tensione.
  8. Sanbunnoni: l’arco viene portato in tensione all’altezza degli occhi.
  9. Kai: piena tensione, la freccia ora poggia sotto lo zigomo.
  10. Hanare: il rilascio, l’arco vivo ruota, la mano destra reagisce.
  11. Zanshin: il nuovo punto di equilibrio, ciò che rimane del corpo-mente.

Sembra (ed è) un processo lungo e complesso. Eppure, guardando i miei nuovi compagni, l’intero atto scorre come un ruscello, leggero come una nuvola. L’intero percorso è accompagnato da un diligente ed armonioso uso del respiro.

[…] mi ordinò: «Faccia altrettanto, ma badi che il tiro con l’arco non è fatto per rafforzare i muscoli. Per tirare la corda lei non deve impiegare l’intera forza del suo corpo, ma deve imparare a lasciare alle sue mani di compiere tutto il lavoro, mentre i muscoli delle braccia e delle spalle restano rilassati e non sembrano partecipare all’azione. Solo quando sarà capace di questo soddisferà a una delle condizioni per cui il tendere l’arco e lo scoccare la freccia diventano ‘spirituali’».

È proprio tramite il respiro, che scandisce i tempi del tiro, che si cerca di trovare questo pieno contatto con il proprio corpo, l’arco e la freccia. Allo stesso tempo, la mente deve essere libera da pensieri e distrazioni, per permettere al corpo di congiungere gli estremi dell’essere rilassato mentre si tende la corda. È un paradosso che compare e sorprende anche Herrigel:

«Lei non ci riesce» mi spiegò il Maestro «perché non respira bene. […]» E, come per provarmelo, tese il suo forte arco e mi invitò a mettermi dietro di lui e a tastare i muscoli delle sue braccia. E infatti erano così distesi come se non dovessero compiere alcun lavoro.

Per tornare al nostro dubbio: ha forse torto il maestro a considerare lo Zen ed il kyūdō due cose separate? Non direi. La verità, come al solito, sta nel mezzo: il kyūdō non nasce dallo Zen. Nasce dalla guerra. Nonostante ciò, si è accresciuto e sviluppato anche grazie alle influenze dei monasteri e dei principi etici shintoisti e confuciani prima che buddhisti. Il suo legame con lo Zen, come lo conosciamo in occidente, deve molto ad Herrigel ed al suo libro, che non manca di critiche: le personalità stesse di Herrigel e Awa sono molto discusse, così come lo è stato il loro tempo passato assieme. Ad Awa si recrimina il fatto di non aver avuto alcuna formazione Zen, ad Herrigel di aver imparato tramite un fallace interprete, abbastanza ambiguo da permettere ad Herrigel di colmare i vuoti con il proprio misticismo.

Eppure, quando si pratica, qualcosa di ciò che Herrigel descrive nel suo libro sembra esserci. Forse non dipende nemmeno dallo Zen o dal kyūdō. Forse ogni pratica fatta con piena attenzione e presenza mentale, ripetuta senza fretta e senza prendere troppo sul serio noi stessi ed il risultato sperato, tende a diventare un’esperienza contemplativa. Quando pratichiamo per noi stessi, con noi stessi, chi possiamo incolpare quando non si colpisce il bersaglio?

La causa è necessariamente da cercare dentro di sé.

Consiglio a tutti questo breve ed interessante libro, soprattutto a chi è interessato ad approfondire la centralità dell’atto della “pratica” nello Zen.


  1. Biografia di Awa Kenzō sul sito di Archery Toronto. ↩︎