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Su Flow, di Mihály Csíkszentmihályi

Perché i momenti in cui ci sentiamo più “vivi” sono quelli in cui facciamo qualcosa di difficile? Pensieri su «Flow: The Psychology of Optimal Experience», uno dei primi libri letti dalla bibliografia del master.

Copertina di «Flow: The Psychology of Optimal Experience» di Mihaly Csikszentmihalyi

Ci aspetteremmo che i momenti migliori di una vita siano quelli in cui non facciamo niente. Csíkszentmihályi ha passato decenni a raccogliere dati che dicono il contrario: i momenti in cui le persone si descrivono più vive sono quelli in cui stanno facendo qualcosa di difficile, volontariamente, quasi al limite delle loro possibilità. «Flow: The Psychology of Optimal Experience» prova a spiegare perché, ed è uno dei primi libri che ho letto dalla bibliografia del Master in Contemplative Studies.

Il flow è lo stato in cui si è completamente assorbiti da un’attività che mette alla prova le proprie capacità. L’autore la chiama esperienza ottimale perché è attraverso di essa che una persona cresce e si sviluppa. Personalmente l’ho sperimentata senza conoscerla in diverse occasioni. Per citarne alcune: cucinando un piatto nuovo, giocando al computer, e più di recente ad una palestra per l’arrampicata.

Una intuizione fondamentale tratta da “Flow” è l’importanza di padroneggiare la nostra coscienza. Csíkszentmihályi sostiene (e non è solo) che gli individui possono allenarsi a controllare la propria attenzione e consapevolezza. Concentrandoci su obiettivi realistici ed essendo pienamente presenti, possiamo creare un senso di ordine nella nostra mente. Questo cambiamento di prospettiva ci permette di trarre soddisfazione dalle nostre esperienze, liberandoci dai limiti, sociali e autoimposti.

Secondo l’autore, sono due i principali ostacoli che lavorano attivamente contro la nostra capacità di vivere e sperimentare appieno la nostra coscienza:

  • la “programmazione genetica”, cioè quello che l’evoluzione ha inciso nei nostri bisogni e desideri più profondi;
  • la “programmazione sociale”, cioè il modo in cui l’ambiente e la cultura in cui viviamo modellano la nostra esperienza della realtà.

Il libro affronta anche le frustrazioni intrinseche della vita. Csíkszentmihályi suggerisce che la felicità non può essere perseguita direttamente; è invece un sottoprodotto del nostro coinvolgimento profondo in ciò che facciamo.

Imparando a trovare piacere in ogni momento, possiamo superare gli ostacoli che impediscono la realizzazione personale, come l’ansia e la ricerca di desideri superficiali. Ciò avviene quando, in qualsiasi attività, vengono soddisfatte alcune semplici condizioni, che nel libro vengono approfondite da molteplici prospettive:

  • Regole chiare che richiedono l’acquisizione di competenze. Esiste una linea sottile entro la quale è possibile raggiungere il “flow”, ovvero quando le nostre competenze sono (per lo più) in equilibrio con la complessità del compito che dobbiamo svolgere. Se ciò che vogliamo ottenere è troppo impegnativo, la complessità che ne deriva non ci permette di entrare in questo stato di flusso. È un’abilità in sé riuscire a riconoscere quando una determinata attività potrebbe essere troppo impegnativa (o troppo semplice), rispetto alle nostre competenze, per consentirci di ottenere risultati significativi.

    Il modello del flow: sull’asse verticale le sfide, su quello orizzontale le competenze. Il “canale del flow” corre tra l’ansia (sfide troppo alte) e la noia (sfide troppo basse).

  • Obiettivi. Gli obiettivi sono importanti perché è così che il nostro cervello è strutturato per funzionare. La conoscenza di sé è il processo attraverso il quale è possibile organizzare opzioni contrastanti. Il conflitto interiore è il risultato di richieste concorrenti di attenzione. Troppi desideri e obiettivi incompatibili generano una lotta per l’energia psichica. A questo proposito, l’autore accenna al concetto di «circolarità» del sé: «L’attenzione è guidata dal sé, che è la somma dei contenuti della coscienza e della struttura dei suoi obiettivi, i quali sono il risultato di diversi modi di investire l’attenzione».

  • Feedback. Nell’esperienza del “flusso”, gli obiettivi sono in genere chiari e il feedback è immediato, creando un ambiente ottimale al nostro coinvolgimento. Tuttavia, se l’obiettivo scelto è banale, raggiungerlo potrebbe non procurare alcun piacere. La natura degli obiettivi e del feedback può variare in modo significativo a seconda delle attività e spesso rimane soggettiva e poco chiara. Ad esempio, gli artisti possono sviluppare standard personali e meccanismi di feedback che hanno scarso significato al di là della loro stessa interpretazione. In definitiva, ciò che conferisce valore al feedback è il messaggio simbolico che esso trasmette: l’affermazione del successo nel raggiungimento degli obiettivi auto-definiti dall’individuo. Ciò evidenzia, tra le altre cose, che il percorso verso un coinvolgimento significativo è profondamente personale e unico per ogni individuo.

  • Possibilità di controllo. In un’esperienza di flusso, le persone provano spesso un forte senso di controllo, che le aiuta a dimenticare le proprie preoccupazioni e l’ansia esterne a quella particolare esperienza. Le attività che favoriscono questo stato sono progettate per consentire a chi le pratica di migliorare le proprie abilità, riducendo così la probabilità di commettere errori. È interessante notare che il piacere derivante da queste attività non proviene solo dalla sensazione di avere il controllo, ma dall’esercitare attivamente tale controllo in situazioni impegnative. Tuttavia, esiste un potenziale svantaggio: se una persona diventasse troppo dipendente dal controllo di un’attività piacevole, potrebbe avere difficoltà a concentrarsi su qualsiasi altra cosa. Ciò può portare alla perdita della forma più alta di controllo: la libertà di dirigere i propri pensieri e le proprie esperienze.

Le attività che inducono lo stato di flusso presentano quindi un importante aspetto potenzialmente negativo: possono diventare fonte di dipendenza, al punto che l’io diventa prigioniero di un certo tipo di ordine e non è più disposto ad affrontare le ambiguità della vita.

Una famosa citazione di Paul Morphy, uno scacchista statunitense del 1800, recita:

“The ability to play chess is the sign of a gentleman. The ability to play chess well is the sign of a wasted life.”

Quando individui, come artisti o atleti, raggiungono l’apice delle loro discipline, a volte restano così assorbiti dalla ricerca della perfezione da avere difficoltà a destreggiarsi nella loro semplice quotidianità. Questa intensa concentrazione può portare all’incapacità di instaurare relazioni significative con i propri pari o di svolgere le normali funzioni sociali.

Artisti di fama mondiale come Vincent van Gogh, che si immergevano profondamente nel proprio lavoro, hanno anche affrontato l’isolamento sociale e difficoltà di salute mentale, evidenziando come la spinta verso la maestria ed il controllo di una disciplina possa creare barriere nella nostra vita quotidiana. In questi casi, la ricerca dello stato di flusso può diventare un’arma a doppio taglio, fornendo una profonda soddisfazione nella propria arte e allo stesso tempo allontanandoli dalle gioie delle interazioni quotidiane.

Dobbiamo prendere sul serio quello che stiamo facendo, senza prenderci “troppo” sul serio.

Oltre al “metodo” descritto dall’autore, una delle idee che ho trovato più interessanti è come il concetto di “Esperienza Ottimale” possa essere utilizzato come una lente attraverso cui valutare una società: ossia la sua capacità di facilitare questo “stato di flusso” per i propri individui.

Questo concetto sostiene che il successo di una società non debba essere misurato esclusivamente in base alla ricchezza materiale o al progresso tecnologico, ma piuttosto in base all’efficacia con cui sostiene i propri membri nel raggiungere esperienze di massimo coinvolgimento. Una società che promuove l’istruzione, la creatività e l’espressione di sé, riducendo al minimo le distrazioni e le attività superficiali, favorisce la creazione di ambienti in cui gli individui possano immergersi pienamente in attività significative.

Tali ambienti non solo accrescono la realizzazione personale, ma contribuiscono anche al benessere collettivo, poiché le persone che sperimentano regolarmente lo stato di «flusso» tendono ad essere i membri più produttivi, innovativi e armoniosi delle loro comunità.

L’autore sostiene che, dando priorità allo stato di flusso, le società potrebbero coltivare una cultura che valorizzi il coinvolgimento profondo e la soddisfazione autentica, portando in ultima analisi a un’esperienza umana più ricca e significativa. Personalmente, condivido pienamente questa prospettiva.

A chiunque sia interessato ad approfondire le complessità del funzionamento della nostra mente e a comprendere i processi alla base del raggiungimento della realizzazione personale, consiglio vivamente la lettura di “Flow: The Psychology of Optimal Experience” di Mihály Csíkszentmihályi.